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Il paradosso dell'agenda rossa

Scritto da Lino Jannuzzi

C’è un infame paradosso nella tesi di quanti sostengono, in buona o in cattiva fede, che Paolo Borsellino aveva con sé nel momento in cui fu ucciso, diciassette anni fa, l’"agenda rossa" che sarebbe stata fatta sparire perché conterrebbe i segreti delle stragi di mafia,i nomi dei "mandanti politici", a cominciare dal mandante dell’assassinio di Giovanni Falcone, e i nomi dei responabili della presunta "trattativa" tra lo Stato e la mafia, sicchè, come ha scritto il nuovo giornale di Marco Travaglio, questa agenda sparita sarebbe la "scatola nera" della seconda Repubblica. Il paradosso è questo: sono proprio loro, che si presentano come i più gelosi custodi della memoria dell’eroe trucidato a via D’Amelio e scendono in piazza agitando agendine rosse per invocare e pretendere la verità sulla strage, sono proprio loro che lo denigrano e lo infamano. Il giudice Paolo Borsellino, secondo la loro tesi sull’agenda rossa, sarebbe venuto a conoscenza dei più spaventosi segreti sulle stragi e sui mandanti e sulla “trattativa” tra lo Stato e la mafia,e non ne avrebbe mai fatto parola non solo con i suoi più stretti e fidati collaboratori, poliziotti e carabinieri, ma anche con i suoi colleghi magistrati inquirenti, e specialmente quelli preposti a indagare sulle stragi.

Peggio, secondo costoro, in buona sostanza, il giudice Paolo Borsellino avrebbe appreso dai “pentiti”, e in particolare dall’ultimo “pentito” che ha interrogato, Gaspare Mutolo, poco più di due settimane prima della strage, i segreti delle stragi e delle trattative e i nomi dei “traditori”, come quello del più famoso poliziotto di Palermo, Bruno Contrada, e non li avrebbe verbalizzati, non li avrebbe trascritti nel verbale dell’interrogatorio del “pentito”, e solo li avrebbe annotati nella sua personale e segretissima agenda rossa. Non è un’infamia il solo ipotizzare che questo eroe dell’antimafia abbia potuto far questo, violando la legge e i più elementari doveri di un giudice?

E non basta questa sola considerazione, questo paradosso infame, se mancassero altri più che convincenti e contrastanti elementi (e ce ne sono tanti), a dimostrare che in questa polemica tutto è artefatto e strumentale e falso, che nel mistero dell’agenda scomparsa tutto ci può essere meno che i terribili “segreti” delle stragi e dei “mandanti politici” e del “traditori” dello Stato complici della mafia? Ed è possibile che non ci si renda conto che credere alle “rivelazioni” di Gaspare Mutolo (il “pentito” più sbugiardato e più sputtanato di vent’anni di antimafia, quello che riuniva a casa sua gli altri mafiosi per concordare con loro le “rivelazioni” da fare ai giudici) significa automaticamente denigrare e infamare Borsellino? E bisogna credere a Mutolo, infamando Borsellino che avrebbe tenute nascoste le sue "rivelazioni", e non a Vittorio Aliquò, a quel tempo procuratore aggiunto a Palermo, e al vice questore Francesco Gratteri, che erano presenti all’interrogatorio di Mutolo e che hanno dichiarato e deposto che niente rivelò Mutolo a Borsellino di segreti delle stragi e di nomi di mandanti e di politici e tutto di quanto fu detto invece Borsellino fece correttamente mettere a verbale?

Del resto, questo dell’agenda rossa contenente chissà quali segreti e sparita per nascondere o ricattare i politici mandanti dell’assassinio di Paolo Borsellino non è il solo falso strumentalmente accreditato nella vicenda della strage di via D’Amelio: già all’indomani stesso della strage tentarono di coinvolgervi Bruno Contrada accreditando la leggenda che l’ex capo della squadra mobile di Palermo, e al momento alto dirigente del Sisde, il servizio segreto civile,fosse presente in via D’Amelio al momento dell’esplosione o immediatamente dopo, e che fosse stato lui a impadronirsi dell’agenda rossa e a farla sparire. Tentarono di inquisirlo e processarlo per la strage e come tramite tra i politici e la mafia, e soltanto quando fu irrimediabilmente provato che in quel momento Contrada era su una nave al largo della Sicilia con altre dieci persone, tra cui esponenti delle forze dell’ordine, ci rinunciarono, ripiegando sul sempre facile e comodo concorso esterno all’associazione mafiosa e alle solite sempre puntuali accuse dei “pentiti” (gli stessi mafiosi che Contrada nel tempo aveva perseguito e arrestati).

E dai tempi dell’inchiesta per strage a carico di Marcello Dell’Utri e di Silvio Berlusconi a quelli ultimi del processo per concorso esterno a Dell’Utri gira ancora una favola, parallela a quella della agenda rossa, la favola della “ultima” intervista di Paolo Borsellino, una specie di testamento che Borsellino avrebbe consegnato, appena due giorni prima della strage di Capaci, dove fu assassinato Giovanni Falcone, a un giornalista francese e dove il giudice per primo avrebbe denunciato i rapporti di Berlusconi con la mafia. Borsellino aveva effettivamente ricevuto a casa sua a Palermo il 21 maggio del 1992 un certo Fabrizio Calvi, accompagnato da un operatore televisivo, e aveva parlato con lui per un paio d’ore.

Ma dell’intervista non si era più sapito niente né in Italia né in Francia, finchè due anni dopo, l’8 aprile del ’94,in coincidenza con le prime accuse di mafia insinuate da Luciano Violante contro Dell’Utri, era comparso sull’Espresso un “resoconto” della “conversazione” tra Borsellino e questo Calvi, e dovevano passare ancora sette anni prima che, nell’aprile del 2001, proprio alla vigilia delle elezioni politiche, Michele Santoro in una puntata del “Raggio verde” trasmettesse un filmato della durata di soli dieci minuti: una “sintesi” dell’intervista realizzata arbitrariamente con un sistema di tagli e cuci, dove il giornalista francese insiste con le domande, partendo dal solito caso dello “stalliere” Vittorio Mangano, e cerca di strappare qualcosa di bocca al giudice, che ostinatamente nega e si sottrae. Risponde Borsellino: ”Non sono a conoscenza di questo episodio...probabilmente non si tratta della stessa intercettazione...Dell’Utri non è stato imputato nel maxi processo, che io ricordi...non ne conosco i particolari...si tratta di atti processuali dei quali non mi sono personalmente occupato, quindi sui quali non potrei rivelare nulla...non mi dovete fare queste domande su Dell’Utri...che Mangano e Dell’Utri sono di Palermo tutti e due non è una considerazione che induce alcuna conclusione...questa vicenda che riguarderebbe i rapporti con Berlusconi è una vicenda che non mi appartiene, quindi non mi sento autorizzato a dirle nulla...”

E nulla in effetti Borsellino dice in proposito, nonostante ciò che cercano di far risultare con il trucco del taglia e cuci. Ma il falso principale, il punto sul quale i professionisti dell’antimafia e i loro epigoni nel giornalismo e in tv insistono, l’elemento più emozionale ed emozionante, è quello di far passare questa intervista taroccata come “l’ultima” di Borsellino, il suo testamento. E’ invece un mese dopo, trenta giorni dopo la strage di Capaci e la morte del suo amico Falcone e un mese prima di essere ucciso a sua volta, che Borsellino riceve nello studio di casa sua, in via Cilea a Palermo, un altro giornalista, un giornalista italiano, e si racconta. E questa è un’intervista veramente drammatica e può essere considerato il suo testamento. C’è persino il presagio di ciò che sta per succedergli: ”Dalla morte di questo mio vecchio amico e compagno di lavoro-dice Borsellino-la mia vita è cambiata...mi sento un sopravvissuto...ricordo che mi disse Ninni Cassarà (il questore anche lui ucciso dalla mafia) allorchè ci stavamo recando insieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana...mi disse: "Convinciamoci che noi siamo dei cadaveri che camminano….’”.

E ha chi l’ha data Borsellino questa intervista, veramente la sua ultima intervista, il suo testamento? L’ha data al vicedirettore di Canale 5, la televisione del “mafioso” Silvio Berlusconi, quello che secondo i professionisti dell’antimafia e i cronisti loro epigoni, che ancora lo scrivono negli articoli e nei libri, lo ripetono in televisione, Borsellino per primo avrebbe denunciato, insieme a Dell’Utri, come amico e complice della mafia. Un altro paradosso, infame come quello dell’agenda rossa.
amministratore :: 13. Ottobre 2009 @ 21:54 - Commenti (5) -
Commenti
Re: Il paradosso dell'agenda rossa da Antonio

"Scritto da Lino Jannuzzi"
Lo stesso Lino Jannuzzi ex parlamentare di forza italia che adesso scrive per Panorama e il Giornale? Lo stesso Jannuzzi portavoce di memorabili campagne giornalistiche contro i giudici di palermo? Lo stesso Jannuzzi autore del libro "Come e perché è stato assolto Andreotti"?

Smettetela di scrivere eresie sul web, quelle poche persone che hanno la "fortuna" di leggerle vi denudano in 3 secondi!

27. Febbraio 2010 @ 12:47
Re: Il paradosso dell\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\ da Andrea

Scusi, Antonio, ma il Suo intervento mi sembra totalmente impermeato di pre-giudizi... è il cane che si morde la coda! A chi porta evidenze si risponde con \\\\\\\\\\"nulla\\\\\\\\\\" se non pregiudizi infamanti. Solo ipotesi e chiacchiere... troppo spesso basate su elementi palesemente illogici... che si \\\\\\\\\\"denudano\\\\\\\\\\" in quanto tali... non \\\\\\\\\\"rigiriamo la frittata\\\\\\\\\\".


5. Aprile 2010 @ 15:31
Re: Il paradosso dell'agenda rossa da nicola

ahaha ma se in carcere non ci sei mai stato!!!

http://www.beppegrillo.it/2010/05/passaparola_lun_63/index.html

ANTI STATO

10. Maggio 2010 @ 23:45
Re: Il paradosso dell'agenda rossa da Andrea

Caro Nicola, Ti auguro di trovarTi nella Tua vita costantemente a contatto con persone come Te... valuta Tu se è un buon augurio o meno...

18. Maggio 2010 @ 19:55
Re: Il paradosso dell'agenda rossa da stefano


1) che l'agenda rossa contenesse informazioni sulle indagini lo dincono concordemente più testimoni, dai familiari a collaboratori professionali

2)il contenuto dell'agenda rossa riguarda soprattutto (non solo) il periodo dopo il 23 maggio 1992, quanod Borsellino SA (non sospetta) che non può fidarsi di nesuno o quasi,e non sa di chi può fidarsi e di chi no . Anche persone che lavorano con lui potenzialmente sono un pericolo, e (questo sì paradosale) sa che invece alcuni sono affidabili, ma rischia di metterele in pericolo se comunica loro tutte le sue informazioni. Inoltre E' normale NON verbalizzare tute le informazioni che si hano se per esempio Mutolo anocra non vuole metterele averbale (ma le aveva già dette anche a falcone nel novemnbre del 1991). Oppure se non si hanno deposizioni, ma confidenze, se si notano stranezze e strane coincidenze (cosa ci sarebbe stato da verbalizzare se davvero il I luglio al viminale avesse incontrato Contrada? invece cias rebbe stato molto da scivere)

D'altra Parte fu Jannuzzi che sul giornale di napoli diceva che se falcone fosse stato nominato alla superprocura avremmo fatot megloio a preparare il pasaporto




29. Maggio 2010 @ 18:21
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