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13 giugno 1993 – Alla moglie Adriana

Forte Boccea, 13 giugno 1993

Adriana,

venerdì è venuto Guido: vederlo, parlargli mi dà tanto conforto. Attendo sempre con ansia quelle due ore da trascorrere a lui vicino: Sono venuti anche i miei fratelli Vittorio e Carlo e le mie sorelle Elisa, Pupa e Ida. Si prendono tanta pena per me e soffrono. Cercano di darmi coraggio, mi confortano, mi esortano ad avere fiducia.

Poi ci sono le tue lettere e telegrammi. L’ultimo dice:” Speriamo di rivederci presto!”. Sì, questo è certamente importante. Ma non è tutto. Ciò che è essenziale è che io torni ad essere quello che ero. Ma sarà possibile? Io voglio che mi sia restituito ciò che mi è stato ingiustamente tolto. Ma sarà ciò mai possibile? Non parlo di questi sei mesi di vita o di altri sei mesi o di altri sei mesi. Non mi interessa più camminare in una stanza chiusa o in un cortile recintato o nelle strade o nelle piazze di Roma o di Palermo. Non mi interessa la vita fisica, non mi interessa pranzare al ristorante servito da camerieri o in un piatto di carta nel chiuso della mia camera ( cella). Non mi interessa godere del sole seduto sulla panca del cortile o sugli scogli della Tana, di Capo Gallo o Punta Raisi.

Io voglio che mi venga restituito il mio, ciò che veramente è mio, soltanto mio. Ciò che mi sono procurato per 35 anni, giorno dopo giorno. Con il lavoro, con i sacrifici, con le rinunzie, con le mie forze, nonostante gli ostacoli e le avversità. Se ciò non avverrà, avverrà allora che svanirà anche la ragione di vivere e di trascinarsi inutilmente sull’ultimo tratto di strada che mi è dato da percorrere. Che mi riserva ancora il destino?

Ti invio una lettera che mi ha lasciato un ragazzo che, obiettore perché testimone di Geova, ha trascorso in carcerazione alcuni mesi. Gli ho parlato solo qualche volta per chiedergli di un inconveniente alle mani, un volta gli ho detto che anche uno dei miei figli aveva grosso modo la sua età.

Che Iddio ci aiuti: specie per Guido e Antonio, principalmente.

Baci

Bruno

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