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Marzo 2006: contro di me solo grottesche accuse

Contrada: «Contro di me solo grottesche accuse, Sacrificano me per salvare la ‘loro’ lotta alla mafia»
di Dimitri Buffa da LA PADANIA

Ieri abbiamo intervistato Piero Milio, oggi intervistiamo Bruno Contrada. Ieri abbiamo parlato del pentitismo dal lato tecnico, oggi da quello delle indagini. Invertendo i fattori, si potrebbe dire, il prodotto non cambia. E questo prodotto sta diventando una delle vergogne della giustizia all’italiana.

Dottor Contrada, è vero che stavate prendendo Provenzano poche settimane prima del suo arresto che invece vanificò tutto?
Siccome non voglio passare da mitomane, è meglio precisare sul punto: è vero che avevo avuto una soffiata con i numeri di cellulare di cui si serviva il boss. E noi lo avevamo intercettato a livello di Sisde e avevamo individuato dove viveva la famiglia. Nessuno può dire se ce l’avrei fatta a beccarlo, certo ero sulla buona strada. Poi avvenne il mio arresto, e passi, quello che non mi spiego è perché sciolsero la squadra del Sisde e di polizia giudiziaria che stava lavorando sulla cosa e che avrebbe al limite pure potuto portarla a termine senza di me.

Non se lo spiega?
In realtà un po’ sì: il fatto è che doveva passare la vulgata che noi la lotta alla mafia non la facevamo e gli altri sì. E su queste aree ideologiche si sacrifica di tutto, persino la cattura dei latitanti.

Quindi lei viene sacrificato sull’altare della ragion di stato?
Magari fosse così, perché me ne potrei persino fare una ragione. In verità io vengo sacrificato su un altro altare molto meno importante per la collettività: quello della ragion di casta. I giudici ideologizzati che nei primi anni ’90 si misero in testa di fare passare il devastante messaggio che lo Stato in precedenza, le istituzioni, compresi i loro stessi colleghi e quelle di polizia, non avevano fatto una vera lotta alla mafia ma solo fatto finta di farla perché erano complici e infiltrati. Solo loro, da quel momento avrebbero fatto sul serio, come se si trattasse dell’anno zero. Prima e dopo di loro. Quindi con questa distorta ideologia politico -giudiziaria si sono costruite grottesche accuse contro di me e non è mai stato possibile neppure fare processare i pentiti per calunnia persino quando erano loro stessi ad ammetterlo.

Cioè?
Ci furono anche, tra i numerosi episodi con cui potrei riempire un libro, anche due pentiti di Caltanissetta che accusarono sia me sia il giudice Carnevale di avere avuto favori economici e altro per chiudere un occhio, nel caso mio, per aggiustare sentenze, nel caso suo. Alla fine venne fuori che erano stati imboccati per le accuse. Lo confessarono loro stessi e dissero al giudice che un altro loro “collega pentito” li aveva consigliati di fare nomi grossi se volevano avere “favori grossi”. Così loro che non ne avevano di nomi da fare, fecero quello mio e quello di Corrado Carnevale perché, dissero, li avevano letti sui giornali. In realtà io sono sicuro che qualcuno glieli fece fare. Sia come sia, ora che la verità è venuta a galla, altri giudici impediscono alla giustizia di processare quei due per calunnia aggravata e depistaggio. In realtà che succede poi?

Me lo dica lei…
Che questi processi contro pentiti vengono insabbiati nelle lungaggini di indagini istruttorie che nessuno controlla e finiscono in un cassetto.

E adesso, dopo questa sentenza negativa?
Siamo punto e daccapo. Si ritorna alla sentenza di primo grado. Questa sentenza di corte d’Appello di fatto ha come resuscitato la sentenza di primo grado. L’obiettivo vero però non sono più io come un tempo. Adesso si deve evitare che cada l’intero castello di accuse contro di me da parte di questi pentiti. E’ prioritario, ne va della loro stessa lotta alla mafia.

Perché della “loro”? Non è anche la nostra?
Dopo tante sconfessioni, penso soprattutto ai processi contro il giudice Corrado Carnevale che ha avuto una parabola simile alla mia, ma anche dopo la caduta del teorema Buscetta, di quello contro Andreotti e di tanti altri ancora, se cadono anche le accuse contro di me in maniera definitiva, rischiano tutti gli altri processi di mafia basati esclusivamente sulla parola di questi ormai screditati pentiti quali Marino Mannoia o Gaspare Mutolo o Salvatore Cancemi. E quindi se ne va a farsi benedire tutta la cosiddetta lotta alla mafia dei primi anni ’90.

Lei ha lamentato anche di essere stato giudicato in quest’ultima sentenza di appello dopo il rinvio della Cassazione da un magistrato che già si era occupato di lei. Come è possibile?
Il giudice Scaduti non ha ritenuto di astenersi benché si fosse occupato di me da presidente del tribunale del riesame e mi avesse negato la rimessione in libertà perché sosteneva che ero in grado di reiterare il reato o di inquinare le prove o di fuggirmene all’estero grazie ai miei numerosi contatti. Così vanno le cose nella giustizia all’italiana.

Un’anticipazione di sentenza?
Forse, ma nemmeno questo è stato l’episodio più grave della mia vicenda

Quale allora?
Per quanto mi riguarda, il peggiore oltraggio che ho dovuto subire dalla magistratura di Palermo è stato il fatto di venire giudicato da una corte d’Assise che in primo grado aveva un giudice a latere, Francesco Ingargiola, estensore della sentenza, il quale motivò la mia condanna con l’amicizia di alcuni mafiosi, tra cui il famoso Saro Riccobono morto nel 1982, per i quali nel 1977 lo stesso Ingargiola scrisse una sentenza di assoluzione non riconoscendoli mafiosi e vanificando anni di mie indagini insieme al compianto Boris Giuliano, per portarli in manette davanti a una corte. Ora io mi chiedo, che era successo in quegli anni per cui le persone assolte da Ingargiola diventano i sicuri mafiosi con cui io intrattenevo rapporti? Nonché la prova vivente contro di me in una sentenza estesa dallo stesso Ingargiola?

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